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François Gauthier (regista, ingegnere del suono) – Intervista

Johnny Hallyday ha annunciato il suo prossimo album, Rester Vivant, per il 17 novembre. Un progetto di questo livello si realizza necessariamente con un’équipe di fuoriclasse, e per l’occasione il cantante belga si è circondato di veri e propri assi: Bob Clearmountain (Bruce Springsteen, The Rolling Stones), Don Was (The Rolling Stones, Bob Dylan, John Mayer) e il francese François Gauthier. Questo genio del suono, che ha collaborato anche con Christophe Maé, Christophe Willem e Michaël Youn, ci ha concesso un’intervista appassionante.

Come sei arrivato al mondo del suono?

È quello che voglio fare da quando sono bambino, mi ha preso a 11 anni. Suono il violino da quando ne avevo 5, e poi mi hanno attirato i grandi mixer. Prima ho preso il diploma e fatto 3 anni di università, perché i miei genitori non volevano che facessi un “lavoro da drogato”. Poi ho seguito la formazione della scuola 3iS (Institut International de l’Image et du Son), che durava 3 anni, e ho avuto l’opportunità di fare uno stage allo studio Mega 12 anni fa. Per puro caso si liberò un posto da assistente e, visto che lo stage stava andando bene, mi presero. Ho fatto anni di assistentato e abbastanza presto qualche piccola sessione da ingegnere. All’epoca stava nascendo la figura dell’ingegnere Pro Tools, visto che i veterani non volevano toccarlo e quindi alcuni assistenti lo imparavano e diventavano rapidi. C’era l’ingegnere, l’assistente e l’ingegnere Pro Tools. Fu un vero passo verso il ruolo di ingegnere. Ho avuto la fortuna di lavorare con Yvan Cassar, che è brillante e spinge chi lavora con lui a dare il meglio di sé. Prima mi prese come ingegnere Pro Tools, poi come ingegnere a tutti gli effetti.

Come ti approcci a Pro Tools?

La tecnica mi annoia molto in fretta. Per me un computer è solo uno strumento, e voglio che funzioni senza doverci pensare. Non so come funzioni una console e non voglio saperlo. Come tutti gli strumenti, non deve diventare un ostacolo alla creazione artistica. Deve essere rapido ed efficace: l’obiettivo è trovare i modi più veloci per fare l’editing, così la mente non viene bloccata da questi compiti.

Hai percepito l’evoluzione del software dai tuoi inizi?

È cambiato tantissimo: se mi mettessi oggi davanti a un Pro Tools di dieci anni fa lo troverei un pessimo software. Ma siccome tutto evolve poco a poco, ti abitui gradualmente alle novità. Prima non c’erano tutte le scorciatoie. L’arrivo della versione 11 è stata una vera rivoluzione, con il 64 bit. Io mixo in Pro Tools senza hardware esterno, e mixare in Pro Tools significa combattere contro la macchina. L’obiettivo è adattare il proprio workflow per andare nella direzione della macchina. Vengo pagato a brano mixato e non al tempo che ci passo, quindi ho tutto l’interesse a impiegarci il meno possibile senza sacrificare la qualità. Inoltre perdere tempo non aiuta a restare concentrati. Perché si impiega più tempo a mixare in Pro Tools che su una console? Perché sulla console tutto è a portata di mano, è più ampio. A 64 bit la differenza è minore. Su una console EQ e compressori sono subito disponibili e non li cambi ogni due secondi. In Pro Tools invece devi cercarli nei menu a tendina. Una console è più istintiva, torni meno sulle decisioni, mentre in Pro Tools vedi i numeri del volume o del pan e faccio fatica a non metterli su cifre tonde. Pro Tools permette di andare più veloce, dritto all’essenziale. Per gli effetti, ho un template di base: quando inizio a mixare ho cinque mandati effetti mutati su tutte le tracce. Apro sempre una channel strip UAD (SSL E Series 4000, Harrison o API a seconda della fonte) su tutte le piste fisiche, che la usi o meno. Significa che devo avere un sistema potente per supportare tutto aperto e andare comunque veloce.

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