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12 album per scoprire il jazz

Nel 1960 non si sforzavano certo a trovare titoli complicati. Qui è tutto dichiarato già in copertina: “l’incredibile chitarra jazz di Wes Montgomery”. E in effetti è difficile trovare un chitarrista jazz che abbia segnato di più il mondo della musica in senso lato. Il suono caldo e fluido che ottiene dalla sua Gibson L-5 suonata con il pollice (con le sue celebri ottave alla mano sinistra) è al tempo stesso molto vicino alla voce umana e avvolge l’ascoltatore in un confortevole materasso sonoro. Quando poi è circondato da compagni brillanti come in questo grande classico (il suo quarto album in due anni!), il nirvana a sei corde non è lontano…

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Ogni anno, con l’arrivo del nuovo anno, fai la tua lista dei buoni propositi. Tra “mangiare cinque porzioni di verdura al giorno (contando la lattuga e il pomodoro del Big Mac)” e “prendere lezioni di yoga”, torni regolarmente su questa promessa fatta a te stesso: “ascoltare del jazz”. Dunque, per aiutarti a mantenere questo proposito, abbiamo scelto per te un album da ascoltare ogni mese. Segui la guida, siamo (anche) qui per questo.

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/3/37/Jas_Messengers01.JPG

Come per ogni stile musicale, apprezzare il jazz richiede un minimo di impegno per sviluppare la cultura che permette di trarne vero piacere. Il problema è che si tratta di uno stile che non passa in radio e che si ascolta difficilmente a meno di aver avuto la fortuna di esservi iniziati. Ma che tu sia musicista o melomane, l’universo del jazz è appassionante e, se ti prendi la briga di ascoltare in loop questi dodici album, non ti sembrerà più musica da ascensore!

Miles Davis – Kind Of Blue

miles davis kind of blue

Se ne dovesse restare solo uno, sarebbe senza dubbio questo! Il classico dei classici, l’album jazz più venduto di sempre e uno dei più affascinanti. In cinque brani, Miles e la sua squadra d’assi (con John Coltrane e Cannonball Adderley ai sax e Bill Evans al pianoforte) inventano la musica modale a colpi di improvvisazioni tutte più ispirate dell’altra, e questa scoperta sarà una rivoluzione per tutti, dal jazz ai Grateful Dead passando per Hendrix. Ogni nota è toccata dalla grazia e, a ogni riascolto, vi si scopre una profondità ulteriore. Senza tempo e potente, ed eccezionale anche all’interno dell’immensa discografia di Miles.

John Coltrane – A Love Supreme

John Coltrane

Nel 1964, armato del suo fiammante Selmer Mark VI, Coltrane registra l’opera che definisce il suo stile meglio di qualunque altra. Il poema mistico in quattro parti A Love Supreme si colloca a metà strada tra l’hard bop della sua prima fase (Blue Train in particolare) e la stranezza ipnotica dei suoi futuri album di free jazz. Il batterista Elvin Jones vi aggiunge il suo genio percussivo, che ispirerà enormemente Christian Vander (Magma). Ci sono molti album di Coltrane che meritano di essere esplorati (Giant Steps, My Favorite Things… in realtà non ha mai inciso un disco davvero debole), ma questo ha quel qualcosa in più, il che non è poco.

The Dave Brubeck Quartet – Time Out

Dave Brubeck

Il 1959 fu decisamente un anno splendido per il jazz… Il pianista Dave Brubeck firma qui il suo capolavoro, in cui troviamo persino quello che più si avvicina a ciò che potremmo chiamare una “hit” in ambito jazz, la celebre Take Five che, eppure, non ha nulla di danzante con il suo tempo in 5/4. Del resto, tutto l’album è un’esplorazione delle possibilità compositive dei metri asimmetrici, come il celebre Blue Rondo à la Turk in 9/8, adattato con il titolo A Bout de Souffle da Claude Nougaro.

Charles Mingus – Mingus Ah Um

Ancora un capolavoro del 1959! Questo è dovuto al geniale contrabbassista e compositore Charles Mingus, che ha firmato molti altri album appassionanti (Pithecanthropus Erectus, The Black Saint And The Sinner Lady…). Questo si distingue per l’altissima qualità delle composizioni, tra cui lo standard Goodbye Pork Pie Hat, divenuto un classico del rock nelle mani di Jeff Beck. Ah Um è una sorta di autobiografia musicale, in cui Mingus esplora una a una tutte le sue influenze più importanti, per un’autentica immersione nella sua personalità complessa.

Herbie Hancock – Maiden Voyage

Maiden-voyage

Nel 1965, il pianista Herbie Hancock ha solo 24 anni. Eppure, cinquant’anni dopo, Maiden Voyage suona ancora come un’opera di impressionante maturità. Le composizioni sono splendide (Maiden Voyage e Dolphin Dance sono diventati veri standard) e Hancock è circondato da una vera dream team di musicisti che hanno tutti intrapreso ottime carriere soliste (Freddie Hubbard alla tromba, George Coleman al sax, Ron Carter al basso e Tony Williams alla batteria). Lo stesso Hancock è al culmine delle sue capacità e sviluppa un’atmosfera acquatica davvero affascinante.

Bill Evans – Sunday At The Village Vanguard

Sunday At The Village Vanguard

La maggior parte degli album jazz è stata registrata in condizioni live, con tutti i musicisti nella stessa stanza: quindi perché non registrare davanti a un pubblico per sfruttare quell’energia preziosa che si scambia con i musicisti? Per questo album del 1961, il pianista Bill Evans ha scelto il club Village Vanguard di New York e si è circondato di una sezione ritmica formidabile con il bassista Scott LaFaro (autore di due dei sei brani) e il batterista Paul Motian. L’interazione tra i tre sprigiona scintille, e ogni nota sembra il frutto di una lunga riflessione, tanto è giusta.

Ornette Coleman – The Shape Of Jazz To Come

Secondo voi, di quando è questo album? Eh già, 1959! Dev’essere successo qualcosa di speciale a New York quell’anno… Il sassofonista Ornette Coleman ha intitolato il disco “la forma del jazz a venire” e non ha mentito: per l’epoca, era un vero UFO. In questi sei brani compaiono dei temi ricorrenti, ma per lo più i vari strumentisti improvvisano in totale libertà, e l’assenza del pianoforte fa sì che non ci siano accordi d’accompagnamento. Con questo solo album, Coleman inventa il free jazz e fa definitivamente saltare i riferimenti del genere. Viviamo ancora oggi in questo mondo musicale post-Shape Of Jazz To Come.

Thelonious Monk – Solo Monk

Solo Monk album

Il pianista Thelonious Monk ha suonato con Art Blakey, Miles Davis, Sonny Rollins e ha persino inciso un eccellente album in duo con John Coltrane, ma non è mai stato tanto grande quanto da solo di fronte al suo strumento. Questo album del 1965 presenta dodici brani in cui si ascolta il genio di Monk nella sua forma più nuda. Nulla addolcisce gli spigoli e le sue stonate volontarie risuonano con una profondità tutta particolare. Il suo stile non assomiglia a nient’altro e può sembrare brutale e ruvido a un primo ascolto, ma basta riascoltare la straordinaria Ruby My Dear presente in questo disco per cogliere la bellezza selvaggia che vi si cela.

Charlie Parker e Dizzy Gillespie – Bird and Diz

Charlie Parker album

Bird è il soprannome del sassofonista Charlie Parker, Diz è il diminutivo del trombettista Dizzy Gillespie. Entrambi sono riferimenti assoluti nei rispettivi ambiti, e l’incontro tra i due in uno studio newyorkese nel 1950 resta un momento storico del jazz. Lo spirito di competizione è evidente e, ogni volta che uno prende un assolo dopo l’altro, si avverte la volontà di suonare la frase che farà la differenza. Per non farci mancare nulla, troviamo Buddy Rich (principale influenza di John Bonham) e Max Roach alla batteria, e Thelonious Monk al pianoforte. E si sente eccome…

Duke Ellington, Charlie Mingus, Max Roach – Money Jungle

Questo album del 1963 riunisce tre dei più grandi nomi dello stile, a cavallo tra le epoche: il pianista (e bandleader) Duke Ellington, il contrabbassista Charlie Mingus e il batterista Max Roach. Il Duca avrà anche vent’anni più della sua sezione ritmica, ma l’intesa tra i tre genera un’interazione tanto più bella quanto precaria: i tre si esprimono in piena libertà, e si percepisce come il vincolo della composizione pesi poco rispetto al piacere di suonare; eppure si ritrovano sempre, creando un vero suono d’insieme.

The Brecker Brothers – Don’t Stop The Music

Cambio d’epoca (siamo nel 1978), cambio di stile: il jazz integra la funk e persino la disco nella batteria, nel canto e negli arrangiamenti d’archi. Come suggerisce il nome, gli autori di questo classico della fusion sono due fratelli, Michael Brecker al sax e Randy Brecker alla tromba. Il lato lirico del loro playing illumina davvero un brano come Funky Sea, Funky Dew, e gli incastri ultra-precisi ricordano i Blood, Sweat & Tears, gruppo che annoverava Randy tra i membri fondatori. I due fratelli sono diventati delle vere leggende dello studio, poiché i loro fiati, precisi e brillanti, compaiono negli album di numerosissimi artisti, tra cui Frank Zappa, Parliament e Todd Rundgren.

Wes Montgomery – The Incredible Jazz Guitar Of Wes Montgomery

Nel 1960 non si sforzavano certo a trovare titoli complicati. Qui è tutto dichiarato già in copertina: “l’incredibile chitarra jazz di Wes Montgomery”. E in effetti è difficile trovare un chitarrista jazz che abbia segnato di più il mondo della musica in senso lato. Il suono caldo e fluido che ottiene dalla sua Gibson L-5 suonata con il pollice (con le sue celebri ottave alla mano sinistra) è al tempo stesso molto vicino alla voce umana e avvolge l’ascoltatore in un confortevole materasso sonoro. Quando poi è circondato da compagni brillanti come in questo grande classico (il suo quarto album in due anni!), il nirvana a sei corde non è lontano…

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