
- Randy Rhoads ha registrato soltanto due album in studio con Ozzy Osbourne, Blizzard of Ozz (1980) e Diary of a Madman (1981).
- Formato alla chitarra classica già a 7 anni alla Musonia, la scuola di sua madre, ha portato la scala minore armonica e il contrappunto dentro l’hard rock.
- La sua attrezzatura sta in tre pezzi mitici: una Les Paul Custom crema, una V a pois di Karl Sandoval e la Jackson Concorde, prima chitarra a portare il marchio Jackson.
- Morto il 19 marzo 1982 in un incidente aereo a Leesburg, in Florida, a 25 anni. Inserito nella Rock and Roll Hall of Fame nel 2021.
Ci sono una manciata di riff che valgono come rito di passaggio alla chitarra elettrica, e «Crazy Train» è uno di questi. Tutti ci hanno messo le mani sopra almeno una volta, spesso di traverso. Qui in squadra basta che parta una discussione sui chitarristi degli anni Ottanta perché il disco torni sul piatto, e a ogni ascolto si finisce sulla stessa constatazione: Randy Rhoads ha lasciato solo due album in studio, ma la densità di scrittura che ci ha messo regge ancora oggi, quarantacinque anni dopo. Minore armonica, note pedale al basso, lead raddoppiati alla terza: buona parte del vocabolario del metal moderno nasce da lì.
Sei anni di carriera sotto i riflettori, una scuola di musica nella San Fernando Valley, il Sunset Strip, due dischi di culto e una pista d’aviazione in Florida. È questa la storia del chitarrista di Ozzy Osbourne, quello che tutti citano e che pochi hanno visto suonare dal vivo.
Musonia, la scuola di musica dove tutto è cominciato
Randall William Rhoads nasce il 6 dicembre 1956 a Santa Monica, in California. Sua madre, Delores, esce dall’UCLA con una laurea in musica e dirige Musonia, una scuola di North Hollywood che manderà avanti per decenni. Suo padre Bill lavora per la Ovation Guitar Company. I genitori si separano quando Randy ha diciassette mesi. Il ragazzo cresce quindi letteralmente in un’aula di lezione, tra gli spartiti e gli allievi che si susseguono.
Inizia con la chitarra verso i sette anni, prima folk poi classica. Nessuna scorciatoia, nessuna tablatura scarabocchiata sul retro di un quaderno: lettura, arpeggi, mano destra pulita. La sua prima elettrica è una Ovation Tornado, regalo del padre. Sul versante rock prende lezioni da Scott Shelly, che finisce per spiegare a Delores di non avere più nulla da insegnare al suo allievo. A 16 anni, Randy insegna lui stesso alla Musonia.
Questo doppio ruolo di didatta e di chitarrista da club spiega molte cose sul suo modo di costruire un solo. Non riempie lo spazio, racconta qualcosa. Ogni frase risponde alla precedente, ogni salita prepara una risoluzione. Si sente il tipo che ha passato ore a scomporre un brano per spiegarlo a un principiante.
Anche al culmine del successo, in pieno tour mondiale con Ozzy, Randy cercava un insegnante di chitarra classica in ogni città in cui si fermava il bus. Parlava seriamente di riprendere un percorso di studi classici alla UCLA una volta finito il tour di Diary of a Madman.
Quiet Riot, il Sunset Strip prima delle luci
A 16 anni Randy monta i Quiet Riot con l’amico bassista Kelly Garni, raggiunti poi dal cantante Kevin DuBrow. La band diventa un pilastro del circuito di Los Angeles, tra il Whisky a Go Go e lo Starwood. Escono due album, nel 1977 e nel 1978, ma solo in Giappone. In California non li trova nessuno nei negozi. Frustrante, quando batti i club sei sere su sette.
È lì che nasce la firma visiva del personaggio: il motivo a pois bianchi e neri, declinato sulle giacche, sui papillon e soprattutto su una chitarra. Nel settembre 1979 il liutaio Karl Sandoval gli consegna una V ibrida: corpo in mogano, manico di Danelectro recuperato, pois di due centimetri dipinti su tutta la faccia. Tre settimane dopo la paletta si spacca di netto. Sandoval ripara. Lo strumento diventerà un’icona, e il primo segnale che Randy pensava le sue chitarre come oggetti scenici tanto quanto come strumenti di lavoro.
Il provino con Ozzy Osbourne: sono bastate poche note
Settembre 1979. Ozzy Osbourne è appena stato cacciato dai Black Sabbath e cerca un chitarrista per ripartire da zero. Il bassista Dana Strum insiste per giorni perché Randy vada al provino. Ci va senza grande convinzione, attacca la chitarra e comincia a scaldarsi mentre Ozzy si riprende da una nottata complicata. Il cantante lo ferma dopo pochi minuti: va bene, il posto è suo. Randy non aveva nemmeno suonato un brano.
Il permesso di lavoro britannico viene rifiutato in un primo momento. Randy finisce per volare in Inghilterra il 27 novembre 1979. Ha 22 anni, lascia il gruppo che ha fondato sette anni prima, e ancora non lo sa: gli restano ventotto mesi.
Visto che è stato un riscaldamento a fargli ottenere il posto: lavora il tuo come un brano vero. Due minuti di scale in alternate picking lento, metronomo a 60, poi le stesse cellule in minore armonica. In tre settimane guadagnerai più precisione che infilando licks alla cieca.
Blizzard of Ozz e Diary of a Madman: due dischi, un vocabolario
Blizzard of Ozz esce nel 1980, Diary of a Madman nel 1981. Registrati a pochi mesi di distanza, con Bob Daisley al basso e Lee Kerslake alla batteria. Su entrambi i dischi Randy non si limita a piazzare dei soli: costruisce architetture. Ascolta l’intro di «Revelation (Mother Earth)», i controcanti di «Goodbye to Romance», la nota pedale al basso che tiene in piedi tutta «Mr. Crowley». Dietro ogni idea c’è una logica armonica.
«Crazy Train», il riff che conoscono tutti
Un riff in Fa diesis minore, una discesa cromatica e un ponte che passa in maggiore quel tanto che basta per farti alzare la testa. Il solo condensa il suo metodo: un tema melodico chiaro, una salita per scale, un finale in vibrato ampio tenuto su una nota sola. Randy raddoppiava i suoi lead in studio, a volte armonizzati alla terza, e da qui viene quello spessore quasi orchestrale che si sente raramente su un disco hard rock del 1980.
«Dee», la chitarra classica in mezzo alla tempesta
Nel mezzo di Blizzard of Ozz, cinquanta secondi di chitarra classica suonata in fingerpicking. «Dee», come Delores, sua madre. Una miniatura a forma di dichiarazione d’amore, messa tra due brani saturi. È anche la prova che la sua formazione non era una vernice: la mano destra è pulita, i bassi suonano, l’intenzione c’è. Se vuoi esplorare questo repertorio, uno strumento con corde in nylon resta il passaggio obbligato, e il nostro reparto chitarre classiche copre tutti i formati.
Il colore «Rhoads» sta spesso in due ingredienti. Prima la scala minore armonica (una minore naturale in cui si alza la settima di un semitono), che crea quell’intervallo di seconda aumentata molto riconoscibile. Poi la nota pedale: tieni una corda a vuoto che suona in continuo mentre la melodia si muove sopra. Prova in Mi minore armonico sulla corda di Mi basso: senti subito arrivare «Mr. Crowley».
L’attrezzatura di Randy Rhoads: Les Paul crema, V a pois e Concorde
Il suo strumento principale è una Gibson Les Paul Custom crema dei primi anni Settanta, datata per molto tempo al 1963 prima che gli esperti la ricollocassero nel 1972. Pickup T-Bucker, meccaniche Grover sostituite con delle Schaller, il suo nome inciso sulla placchetta: a parte questo, Randy non ci ha quasi messo mano. È lei che si sente sulla maggior parte dei due album. Il formato single cut resta la via d’accesso più diretta a quel grano spesso e compresso.
Poi arriva la Jackson Concorde. Fine 1980, dopo il tour europeo, Ozzy gli regala un biglietto sul Concorde per tornare a passare il Natale in California. Durante il volo Randy disegna una chitarra e le dà il nome dell’aereo. Tornato a terra ne parla con Grover Jackson: il corpo riprende la base di una Flying V, ma resa asimmetrica, con l’ala superiore più lunga di quella inferiore. Costruita con Tim Wilson e Mike Shannon, consegnata all’inizio di marzo 1981, è la prima chitarra a portare il logo Jackson. Un secondo esemplare, con l’ala bassa accorciata per liberare l’accesso agli acuti, gli arriva il 27 dicembre 1981.
Quello schizzo tracciato a 15.000 metri ha fatto scuola. Quasi tutto il reparto chitarre metal moderno ne discende in un modo o nell’altro: corpi asimmetrici, corni aggressivi, accesso libero agli ultimi tasti. Quarantacinque anni dopo, il disegno regge ancora.
L’amplificatore e i pedali
Sul fronte amplificazione niente di esoterico: teste Marshall 1959 Super Lead da 100 watt, spinte forte, con qualche modifica. Il Marshall 1959HW Handwired riprende oggi quel circuito plexi cablato a mano. Davanti all’ampli, una pedaliera compatta e temibilmente efficace:
- una MXR Distortion+, regolata più come boost di livello che come pedale di saturazione, per attaccare le valvole con più forza;
- un MXR Stereo Chorus e un MXR 10-Band EQ, uno per la profondità, l’altro per scolpire le medie prima dell’ingresso dell’ampli;
- un’unità di eco Korg, antenata diretta dei nostri pedali reverb e delay, per l’atmosfera dei passaggi lenti;
- una scalatura leggera, 009 su Blizzard of Ozz, salita a 010 e 011 su Diary of a Madman per tenere il palco. La scelta delle corde per chitarra elettrica pesa più di quanto si creda sulla qualità del vibrato.
Per avvicinarti a questo suono senza un muro da 100 watt dietro le spalle, la logica resta la stessa: un ampli a valvole regolato al limite della saturazione, un pedale di distorsione messo davanti con il gain basso e il volume alto, e un equalizzatore grafico che scava leggermente sui medio-bassi. Il grano viene dall’ampli, il pedale non fa che spingerlo. Aggiungi un chorus discreto in fondo alla catena e ci sei.
19 marzo 1982: la fine a Leesburg, in Florida
Il tour bus si ferma nella notte vicino a Leesburg, in Florida, per riparare un impianto di aria condizionata guasto. Sul posto c’è un campo d’aviazione privato. All’alba Andrew Aycock, 36 anni, autista del bus e titolare di un brevetto di pilota scaduto, tira fuori dall’hangar un Beechcraft Bonanza F35 senza autorizzazione e imbarca dei passeggeri per un giro. Randy, che detestava l’aereo, accetta per pochi minuti di volo. Rachel Youngblood, 58 anni, truccatrice e sarta del gruppo, sale con lui.
Aycock ripete i passaggi a volo radente sopra il bus dove dorme il resto della squadra. Al terzo, un’ala aggancia il veicolo. Il velivolo va in avvitamento, colpisce un albero e poi una casa, e prende fuoco. I tre occupanti muoiono sul colpo. Randy Rhoads aveva 25 anni e dovette essere identificato dalla sua scheda dentaria. L’autopsia rivelerà la presenza di cocaina nell’organismo del pilota, e il rapporto dell’NTSB parlerà senza giri di parole di un errore di valutazione. Ozzy Osbourne dormiva nel bus. Randy riposa oggi al Mountain View Cemetery di San Bernardino, in California.
L’eredità di Randy Rhoads, quarant’anni dopo
Nel 1987 Ozzy pubblica Tribute, un live registrato nel 1981 che rimette il suo modo di suonare sotto i riflettori e mostra quanto tenesse il palco senza rete. La forma Rhoads, invece, non ha mai lasciato i cataloghi: la serie RR di Jackson si produce ancora. Marshall ha tirato fuori una 1959RR modellata sulle sue regolazioni, Gibson una replica della sua Les Paul Custom.
Il riconoscimento istituzionale ha messo tempo. Nel 2021 la Rock and Roll Hall of Fame gli assegna il Musical Excellence Award, consegnato da Tom Morello, che ha chiamato suo figlio Rhoads. Rolling Stone lo ha messo al 21° posto dei suoi cento chitarristi più grandi nel 2023. Il documentario Reflections of a Guitar Icon, uscito nel 2022, ha raccolto le testimonianze di chi gli è stato accanto. E Musonia, la scuola di sua madre a North Hollywood, è rimasta un luogo di pellegrinaggio discreto per i chitarristi di passaggio a Los Angeles.
Due album in studio. Ventotto mesi di carriera alla luce del sole. È poco per costruire un’influenza del genere, ed è proprio questo che rende il caso Randy Rhoads così affascinante: non ha avuto il tempo di ripetersi, di sistemarsi, di diventare una caricatura di sé stesso. Quello che resta sono soli scritti come brani veri, una mano sinistra precisa come un metronomo, e l’idea che classica e metal non siano mai stati due mondi separati. Rimetti «Over the Mountain» a tutto volume, vedrai: non ha preso una piega.

