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Le 10 errori di mixing da evitare assolutamente

Viviamo in un’epoca straordinaria: incidersi con un registrazione musicale non è più prerogativa dei clienti di studi da decine di migliaia di euro.
Oggi basta un computer con un software tipo Pro Tools, Cubase o Live, una scheda audio (esistono modelli economici ma ottimi di Focusrite, Presonus o Steinberg) e un microfono tuttofare (come il classico Eagletone CM60 o l’inossidabile Shure SM58) per realizzare un album assolutamente credibile.
Il problema non è più tanto il materiale, quanto l’uso che se ne fa: per questo è sempre utile avere qualcuno di esperto da cui prendere spunto.
Non esistono regole, perché parliamo di scelte artistiche, quindi non vi diremo cosa “si deve” fare.
Detto ciò, ci sono comunque alcune cose da non fare che rischiano di farvi perdere un sacco di tempo.
Ecco quindi le 10 errori di mixing da evitare assolutamente!

Abbey road

Neanche voi avete il budget per far mixare l’album lì? Niente panico, non è tutto perduto!

Non lasciate in disordine

Il lavoro di pulizia prima del mix è una fase cruciale.
È anche una fase fastidiosa e poco “sexy” perché quando pulite non state davvero facendo suono.
Non a caso gli ingegneri del suono “star” lasciano questa responsabilità ai loro assistenti e iniziano a lavorare solo con un mix pulito.
Tutto parte dall’organizzazione delle tracce: dare alle tracce nomi chiari, raggruppare per strumento per avere tutti gli elementi di batteria insieme, tutte le chitarre e tutte le voci a portata di mano, assegnare un colore a ogni famiglia di strumenti, nascondere le tracce che non userete, creare gruppi e sottogruppi
Una volta che la sessione è presentata al meglio, si passa alla pulizia audio: togliere i click all’inizio e alla fine delle tracce, eliminare le chiacchiere del cantante prima della take, rimuovere il conteggio iniziale con i colpi di bacchetta
Il lavoro non manca di certo!

Non lasciate che la spontaneità dei musicisti renda il mix confuso

Viviamo un’epoca in cui un musicista che commette una piccola imprecisione durante una take in studio non è costretto a ricominciare il brano da capo; spesso non serve nemmeno rifare la parte, perché è facile recuperare la nota altrove se si tratta di una figura ripetuta più volte nel pezzo.
Il grosso del montaggio si fa soprattutto sulle messe in tempo.
Nell’eccitazione del momento (e con lo stress della registrazione), i musicisti non suonano sempre perfettamente insieme; se questo si sente troppo, l’ascoltatore penserà che non sappiano suonare e il mix diventerà più complesso perché cercherete di mascherare le approssimazioni invece di valorizzare il suono d’insieme.
Un po’ di editing e tutto passa!
Ovviamente il montaggio deve essere il più pulito possibile: se si sente, è anche peggio.

Nel peggiore dei casi, se i musicisti sono davvero scarsi, esistono strumenti virtuali credibilissimi, come il classico Kontakt!

Ma non uccidete la spontaneità dei musicisti

Il problema dell’editing è che bisogna resistere costantemente alla tentazione di spingersi troppo oltre.
In altre parole, si può arrivare a costruire da zero un’esecuzione perfetta tecnicamente che però cancella tutte le intenzioni artistiche degli strumentisti.
Occorre quindi distinguere tra le imprecisioni che rovinano l’energia di un brano e quelle che aggiungono spontaneità.
Il problema è che non esiste una regola e qui entra in gioco il vostro gusto artistico.
Un buon metodo per decidere è ascoltare il brano “con un orecchio solo”, ad esempio da un’altra stanza o mentre fate altro.
Se il difetto vi salta comunque all’orecchio, meglio intervenire.
Se invece lo notate solo in un’ascolto concentrato e analitico, è molto probabile che non disturbi il messaggio musicale.

Non sovraccaricate di informazioni

La maggior parte dei sequencer permette di riprodurre moltissime tracce in simultanea, ma non significa che dobbiate per forza usarle tutte!
“Di più” non vuol dire “meglio”: più elementi suonano insieme, più dovrete ingegnarvi per trovare loro uno spazio nel mix.
Se la traccia in questione non contiene un’informazione indispensabile, provate a farne a meno: vedrete che gli altri elementi verranno automaticamente messi in risalto.
Un esempio semplice: nel metal è comune raddoppiare le parti di chitarra, ma appena si accumulano più tracce oltre le due principali in stereo, il suono si fa confuso.
Riservate quindi la terza e la quarta chitarra a passaggi ben precisi e relativamente brevi: guadagnerete in impatto.

Due riverberi a piastra affiancati, ciascuno pesante più o meno come due cavalli morti.

Non affogate tutto nel riverbero

Il riverbero è un mascheratore di difetti che in realtà non maschera nulla: aggiungendo una bella ambienza, dà l’impressione che il suono dello strumento sia più bello, lusinga la voce e rende le sbavature meno evidenti.
Fin qui tutto bene, no?
Peccato che il riverbero sia molto invasivo, rende il mix più sfocato e limita l’impatto degli attacchi.
Quando è un effetto dichiarato — come nelle produzioni di Brian Eno degli anni ’80 — l’eccesso di riverbero è giustificato da una scelta artistica.
Ma nella maggior parte degli altri stili il riverbero deve percepirsi ma non sentirsi: più è discreto, più svolgerà il suo compito di staccare leggermente i vari strumenti.
Una reverb più caratterizzata può essere interessante come effetto puntuale e, in quel caso, può valere la pena integrarla già in fase di ripresa.

Non comprimete come forsennati

La compressione la usano tutti.
Non esiste album al mondo in cui non sia stata applicata.
Alzando i livelli troppo bassi e abbassando i troppo alti, la compressione permette di ottenere un volume più costante per trovare più facilmente la giusta collocazione nel mix.
Sulla voce, per esempio, la compressione è indispensabile per evitare parole cantate troppo lontano o troppo vicino al microfono.
Il problema è che se comprimete troppo, perdete tutta la dinamica che dà rilievo al brano.
Inoltre un brano troppo compresso stanca presto l’orecchio, e ciò che all’inizio sembrava punchy e in faccia si trasforma in una pappa estenuante.
Comprimate sì, ma non uccidete la dinamica!

I plugin di compressione Fairchild di UAD. Potete cercare una macchina originale d’epoca, ma vi costerà intorno ai 50.000 dollari…

Non equalizzate “spingendo” tutto

L’equalizzazione è il nervo della guerra per un mix riuscito: trovando le frequenze proprie di ogni strumento, evitate che si pestino i piedi e non serve farli emergere con la compressione se hanno la loro zona riservata fra 20 Hz e 20 kHz.
Anche questa amata equalizzazione può però essere una trappola quando si cede al canto delle sirene del boost sistematico.
Detto semplice: un’EQ può tagliare o boostare le frequenze selezionate.
Il problema è che, boostando, gli strumenti finiscono per combattere per lo spazio sonoro, peggio di prima dell’EQ.
Tagliando le frequenze inutili per lasciare solo quelle pertinenti alla traccia, il mix diventa molto più chiaro.
Certo, la traccia in solo suonerà meno lusinghiera, ma questa è una delle chiavi di un mix riuscito: non bisogna mai perdere di vista la collocazione di ogni traccia nell’insieme.
Il bonus dell’equalizzazione sottrattiva è che si evita di far salire troppo i livelli, il che ci porta al divieto successivo…

Non mixate “nel rosso”

Nell’epoca d’oro dei registratori a nastro (ne sono davvero nostalgici solo quelli che non l’hanno vissuta!), si poteva spingere ogni traccia fino alla distorisone (“nel rosso”, in riferimento alla lancetta del VU meter) ottenendo una compressione generale piacevole.
Nel digitale, invece, appena si sfiora la zona rossa il risultato non è mai musicale.
La distorsione digitale (e il clipping nel peggiore dei casi) è un artefatto indesideratissimo che rischia di tradire subito il lato “amatoriale” della vostra produzione.
Attenzione anche a una regola semplice: più tracce nel verde possono produrre un mix nel rosso!
Tenete quindi d’occhio l’indicatore del bus master e non esitate a abbassare tutti i livelli.
Meglio lasciare margine che giocare col limite.

C’era un tempo in cui si registrava così…

Non lasciate che la fase vi rovini la festa

Il principio della fase è semplice: è la corrispondenza tra le forme d’onda di due suoni.
Quando queste forme coincidono, sono in fase.
Quando invece una rappresenta il negativo dell’altra, sono in controfase.
Concretamente, una controfase fa sì che, invece di ingrossare il suono, l’addizione della seconda traccia sottragga frequenze rendendo il suono più piccolo.
È un problema molto comune quando due microfoni riprendono la stessa sorgente a distanze diverse, per esempio due microfoni su una cassa di chitarra elettrica, oppure un overhead e un microfono rullante.
Ascoltate attentamente le tracce separatamente e poi insieme, e se qualcosa suona sospetto, invertite la fase (molti plugin lo consentono).
Con buoni monitor capirete subito se l’inversione è necessaria.

Non abbiate fretta

C’era un’epoca in cui un album si faceva in studio in un tempo ben preciso e ogni minuto costava caro.
Con l’avvento dell’home studio abbiamo perso il materiale di prima fascia degli studi pro, ma in cambio abbiamo guadagnato tempo, tanto tempo!
Avete quindi il lusso di lasciare riposare il mix per qualche giorno e tornarci con le orecchie fresche e un po’ di prospettiva.
È un vantaggio prezioso, approfittatene!

… ora invece si fa così!

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