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Storia della registrazione, seconda parte: dal nastro alle cifre

Nella prima puntata della nostra breve storia dell’registrazione abbiamo spiegato come siamo passati dalla cera al nastro, guadagnando nel frattempo molte possibilità creative. Ma il cammino era tutt’altro che finito: meno di 50 anni fa serviva un’intera stanza piena di apparecchiature per fare ciò di cui è capace un semplice Zoom H2n: capite bene che ne abbiamo fatta di strada! Seguiteci per scoprire come ci siamo arrivati…

Benché il procedimento esistesse in forme embrionali fin dagli anni ’30, i primi dischi stereo escono solo alla fine degli anni ’50, e queste registrazioni “classiche” sono riservate ai melomani più attenti, poiché richiedono un nuovo sistema di diffusione capace di supportare il nuovo formato. La radio, invece, trasmette naturalmente in mono. Lo stereo viene impiegato per i dischi pop solo dalla metà degli anni ’60, quando questo stile diventa commercialmente dominante. Il formato comincia a essere padroneggiato solo alla fine del decennio: prima di allora i primi mix stereo suonano in modo molto strano, con tutti gli strumenti a sinistra e la voce da sola a destra, per esempio. Progressivamente, la pop spinge i limiti tecnici per offrire novità sonore agli ascoltatori: i suoni passano da un lato all’altro dell’immagine stereo, i nastri vengono fatti girare al contrario, rallentati (il suono diventa più grave) o accelerati (più acuto), producendo timbri che non esistono in natura. E poi, naturalmente, arriva la registrazione multitraccia…

Non parlate tutti insieme

Oggi il multitraccia è talmente ovvio che è difficile immaginare un’epoca in cui non esisteva. Ma prima degli anni ’50 tutti gli strumenti erano costretti a registrare contemporaneamente. Ampex crea il primo registratore multitraccia nel 1955 e il chitarrista jazz Les Paul è il primo a trarne incisioni incredibili: può accompagnare i propri assoli, raddoppiare i riff e sua moglie Mary Ford armonizza con se stessa a tre o quattro voci. La registrazione cambia completamente natura: diventa una forma d’arte a sé stante. Non si tratta più di riprodurre nel modo più fedele possibile ciò che si sente nella stanza, ma di inventare un suono che stuzzichi l’immaginazione di chi ascolta. Si possono aggiungere numerosi strumenti senza pagare altri musicisti e affiancare un’orchestra a un gruppo rock, cosa che nella stessa stanza e nello stesso momento avrebbe posto molti problemi acustici.

old school recording

La moltiplicazione delle piccole tracce

Il multitraccia si diffonde negli studi e passa da 4 a 8 tracce per arrivare a 16 e poi 24. Prima di questa progressiva moltiplicazione, però, i fonici ricorrono ad astuzie per aggirare i limiti del 4 piste originario. La più classica consiste nel mixare le 4 tracce piene su 2 tracce di un altro 4 piste (2 anziché 1 per mantenere l’immagine stereo), liberando così 2 tracce per aggiungere altri strumenti. È possibile ripetere questo procedimento più volte per ottenere ulteriori tracce, ma ciò implica fare scelte di mix definitive prima di ascoltare l’insieme dell’arrangiamento, poiché ogni volta che 4 tracce vengono “ridotte” a 2 si perde la possibilità di intervenire sul volume delle parti così compattate. Senza contare che a ogni passaggio da una macchina all’altra il fruscio aumenta…

Un suono Trident

Negli anni ’60 si moltiplicano anche gli studi indipendenti, mentre in precedenza lo studio di registrazione era appannaggio dell’etichetta discografica (Capitol negli Stati Uniti, EMI in Inghilterra, per citare le più note). A Londra, per esempio, lo studio Trident apre nel 1968 e ospita persino gli artisti più prestigiosi del catalogo EMI come i Beatles (che vi registrano “Hey Jude” approfittando del loro 8 piste quando Abbey Road ne ha solo 4), David Bowie o i Queen. Gli studi continuano a costruirsi il proprio hardware (le console Trident restano tuttora un riferimento), ma i marchi di outboard si impongono progressivamente. Neumann e AKG dettano legge nel campo dei microfoni e, nel 1961, Rupert Neve fonda Neve Electronics proponendo le sue console agli studi britannici. Nel 1969, Solid State Logic segue l’esempio. SSL rimane a tutt’oggi il marchio di console più diffuso negli studi di alto livello.

anciens studios

Cifre e lettere

L’ultima rivoluzione della registrazione è quella del digitale. Il Compact Disc appare nel 1982 e si impone come supporto di lettura solido, affidabile e più fedele del vinile. È anche il primo formato di lettura digitale, ma riproduce ancora registrazioni analogiche, realizzate su nastro. Per quanto il chitarrista e cantante Ry Cooder abbia l’immagine del bluesman roots, è il primo a realizzare un album con registratore digitale, Bop ’Til You Drop, nel 1979. Negli anni ’80, le tastiere digitali e il formato MIDI diventano la norma, e il celebre Synclavier offre la funzione di registrazione su hard disk, ma a un prezzo esorbitante. Bisognerà attendere il NAMM del 1991 per la presentazione dell’ADAT, un nastro digitale che diventa standard e traghetta gli anni ’90 nell’era degli zeri e degli uno. Sempre nel 1991 esce la prima versione di un software destinato a cambiare il mondo: Pro Tools. La rivoluzione non è immediata, poiché l’informatica dominerà gli studi solo a fine anni ’90, ma da quel momento diventa possibile fare montaggi sonori infinitamente più precisi che con il nastro. Niente più lamette: basta un mouse, e si può “riparare” in modo chirurgico qualsiasi errore. Da allora, la musica si guarda tanto quanto si ascolta, perché i fonici hanno costantemente sotto gli occhi le forme d’onda delle varie tracce.

Mini mini mini

Oggi la registrazione avviene sempre su hard disk e poco è cambiato. La rivoluzione non è più nella tecnologia impiegata, ma nel prezzo e nell’ingombro: è ormai possibile avere uno studio a 4 tracce con due microfoni integrati per 244 euro e 280 chili (lo Zoom H4n, per chi non cogliesse il riferimento), e persino gli smartphone offrono capacità multitraccia (8 tracce con l’app GarageBand, 24 con l’app Multitrack DAW). Certo, è molto meno romantico di un vecchio C12 collegato a uno Studer a nastro, ma a meno di disporre di molti soldi e, soprattutto, di competenze tecniche avanzate (poiché la caratteristica dell’analogico è di guastarsi, soprattutto se non viene mantenuto con cura), non si può che gioire per l’estrema democratizzazione dei mezzi di registrazione. Si arriva persino alla curiosa idea di emulare macchine vintage tramite plugin digitali… e, incredibilmente, funziona! Qualunque sia il formato, l’idea non è cambiata attraverso i secoli: creare un momento di musica che possa essere riprodotto a richiesta per soddisfare un ascoltatore.

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