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Stevie Ray Vaughan: il chitarrista che ha reinventato il blues-rock

Cosa ricordare
  • La sua Fender Stratocaster soprannominata « Number One », rattoppata mille volte, è diventata uno degli strumenti più iconici del blues-rock.
  • Stevie Ray Vaughan suonava con corde molto spesse e un’accordatura abbassata, una combinazione che ha forgiato il suo attacco unico.
  • Il suo rig univa amplificatori a valvole Fender e Marshall, spinti da un pedale diventato di culto, l’Ibanez Tube Screamer.
  • Scomparso nel 1990, resta un punto di riferimento assoluto, entrato nella Rock and Roll Hall of Fame nel 2015.

Ci sono chitarre che ti raccontano, fin dalle prime note, a chi appartenevano. Quella di Stevie Ray Vaughan ne fa indubbiamente parte. In officina, quando ci si imbatte in una Stratocaster rattoppata ovunque, vibrato storto e battipenna consumato fino all’osso, il paragone arriva sempre in fretta: « sembra la Number One di SRV ». Non è un caso: questo chitarrista texano ha ridefinito, in appena un decennio, cosa una Strat potesse suonare e come potesse essere suonata.

Ripercorriamo la storia di un bluesman fuori dal comune, della chitarra che lo ha seguito ovunque, e dell’attrezzatura che ha forgiato il suo suono, un suono che ancora oggi si cerca di riprodurre, un pedale e un amplificatore alla volta.

Chi era Stevie Ray Vaughan, la leggenda del blues-rock texano?

Stephen Ray Vaughan nasce il 3 ottobre 1954 a Dallas, in Texas. Da adolescente porta già una chitarra in spalla e divora i dischi di Albert King, Buddy Guy e Jimi Hendrix. Nel 1972, a 17 anni, lascia il nido di famiglia per Austin, allora in piena effervescenza musicale, dove i locali non si svuotano mai.

È lì che forma i Double Trouble, il gruppo che lo accompagnerà fino alla fine. Notato al festival jazz di Montreux nel 1982 (dove viene prima fischiato prima di conquistare la sala), firma con la Epic e pubblica Texas Flood nel 1983. L’album sfonda, sostenuto da un modo di suonare la chitarra tanto grezzo quanto virtuoso, a metà tra il blues del Delta e il rock più elettrico.

  • Texas Flood (1983) – l’album che lo rivela al grande pubblico
  • Couldn’t Stand the Weather (1984) – conferma di critica e commerciale
  • Soul to Soul (1985) – periodo più sperimentale, segnato dai suoi eccessi
  • In Step (1989) – uscito sobrio, premiato con un Grammy Award

Dopo anni di tournée estenuanti e una lotta pubblica contro la dipendenza, Vaughan si rialza e registra In Step, secondo molti intenditori il suo album più riuscito. Muore tragicamente il 27 agosto 1990, in un incidente di elicottero all’uscita di un concerto con Eric Clapton. Aveva 35 anni. Nel 2015 entra nella Rock and Roll Hall of Fame insieme ai Double Trouble.

La chitarra di Stevie Ray Vaughan: « Number One », la Stratocaster che ha cambiato tutto

Impossibile parlare di Stevie Ray Vaughan senza citare la sua Fender Stratocaster soprannominata « Number One », talvolta « First Wife ». Vaughan la acquista usata nel 1974 in un negozio di Austin, convinto si trattasse di un modello del 1959, data incisa sul retro dei pickup. Il suo tecnico storico, René Martinez, scoprirà più tardi un corpo del 1963 e un manico del 1962: la chitarra era in realtà un assemblaggio di pezzi spaiati. Poco importa, era diventata LA SUA Strat.

Vaughan, mancino prestato al destrimano, montava un vibrato vintage pensato in origine per un mancino, invertito sulla sua chitarra, un dettaglio che spiega in parte il suo suono così particolare. Tasti sovradimensionati, corpo costellato di segni, battipenna consumato da anni di plettrate aggressive: Number One è letteralmente vissuta sul palco, riparata e rimessa a nuovo senza sosta fino alla morte del suo proprietario.

Nel gennaio 1992, Fender lancia al NAMM Show un modello signature ispirato direttamente a questa chitarra: corpo in ontano, manico in acero dal profilo spesso e arrotondato, tasti alti e larghi, pickup single-coil Texas Special avvolti a mano, e battipenna a tre strati con incisa la scritta « SRV ». Se vuoi avvicinarti a questo suono senza puntare a un pezzo da collezione, una Stratocaster classica resta il punto di partenza logico, in particolare tra le Fender Stratocaster con pickup single-coil.

Da sapere

Il modello signature Fender riproduce fedelmente il manico spesso e i tasti grandi di Number One, ma non l’accordatura né il calibro di corde originali: era il modo di suonare di Vaughan, non solo la sua chitarra, a forgiare il suo suono corposo così riconoscibile.

Il modo di suonare di Stevie Ray Vaughan: corde spesse, accordatura bassa e plettro pesante

Ciò che colpisce subito di Stevie Ray Vaughan è la tensione che imponeva alle sue corde. Montava set estremamente spessi, fino al .013 sul Mi basso, quando la maggior parte dei chitarristi dell’epoca suonava in .009 o .010. Risultato: un sustain enorme, un attacco incisivo, ma dita sanguinanti dopo ogni concerto — le immagini della sua mano destra insanguinata sul palco non sono una leggenda.

Per compensare questa tensione e facilitare i bending, Vaughan accordava spesso la chitarra mezzo tono sotto lo standard (Eb standard), a volte anche più basso a seconda dei brani. Suonava anche con un plettro particolarmente pesante e un attacco col pollice ereditato da Albert King e Lonnie Mack, aggiungendo grana a ogni nota più che semplice volume.

Se vuoi avvicinarti a questa sensazione senza finire con le stesse vesciche, è meglio procedere per gradi piuttosto che passare subito a un calibro estremo. Un set di corde elettriche in .011 costituisce già un buon compromesso per ritrovare quella grana e quel sustain, senza farsi male alle dita fin dalla prima sessione.

Consiglio

Prima di puntare a un calibro estremo in stile SRV, controlla la regolazione del ponte e della tastiera: corde troppo spesse su una chitarra non regolata di conseguenza provocano bordoni (buzz) e complicano l’accordatura.

Il rig di Stevie Ray Vaughan: amplificatori a valvole e pedale di culto

« Uso i Fender per la distorsione e il Marshall per la pulizia », spiegava Vaughan a proposito del suo rig, una frase che ribalta completamente i luoghi comuni su questi due marchi di amplificatori. Il suo arsenale si è evoluto nel corso delle tournée: Fender Twin Reverb e Vibroverb per la brillantezza e la grana delle valvole 6L6, affiancati più tardi da amplificatori Dumble su misura, rinomati per il loro calore incomparabile.

Tra la chitarra e l’amplificatore, un solo pedale faceva da tramite la maggior parte delle volte: l’Ibanez Tube Screamer, spinto in boost davanti ad amplificatori già ben caldi. Non è tanto una distorsione quanto un modo di stringere le medie e far cantare il sustain, un principio che ha reso questo pedale un intramontabile ben oltre il blues.

Per riprodurre questa logica a casa, un combo a valvole tipo Fender 65 Twin Reverb abbinato a un Ibanez Tube Screamer offre già una base solida e fedele allo spirito del suono texano.

Il consiglio Woodbrass

Non serve moltiplicare i pedali per ritrovare questo suono: un solo Tube Screamer ben regolato, spinto davanti a un amplificatore a valvole già leggermente saturo, fa l’80% del lavoro. È la filosofia « meno stadi, più feeling » che ha fatto il suono di Vaughan.

L’eredità di Stevie Ray Vaughan sul blues-rock di oggi

Trentacinque anni dopo la sua morte, l’ombra di Stevie Ray Vaughan aleggia ancora su un’intera generazione di chitarristi. John Mayer, Kenny Wayne Shepherd, Gary Clark Jr. e Joe Bonamassa citano tutti Vaughan come un’influenza diretta, sia nel loro modo di affrontare il bending e il vibrato, sia nella scelta di un’attrezzatura volutamente semplice e robusta.

Rolling Stone lo ha inserito due volte tra i venti migliori chitarristi di tutti i tempi, accanto a figure ben più prolifiche in termini di discografia. Una statua in bronzo lo raffigura peraltro ad Austin, sulle rive del lago Lady Bird, un omaggio a chi, in soli quattro album in studio, ha restituito al blues elettrico il suo posto sulle onde radiofoniche del grande pubblico degli anni ’80.

Ciò che resta, in fondo, è questa semplice lezione: non serve un muro di amplificatori né dieci pedali per emozionare un pubblico. Una buona chitarra, regolata per sopportare un modo di suonare generoso, e un amplificatore a valvole che respira bastano spesso a raccontare una storia.

Fonti

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