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Il riff « Seven Nation Army » dei White Stripes

Il 7 marzo 2003 va in onda per la prima volta sulle radio americane un riff diventato leggendario: talmente semplice, efficace e federatore da essere ripreso come inno quasi ufficiale dai tifosi di calcio ai quattro angoli del mondo. Questo riff è quello di «Seven Nation Army» del duo The White Stripes. Vediamo com’è stato concepito…

Chi sono i White Stripes?




L’origine di «Seven Nation Army» dei White Stripes


È durante un soundcheck in Australia che viene suonato per la prima volta questo riff composto da sette note, Mi – Mi – Sol – Mi – Re – Do – Si. Pur percependone tutto il potenziale, Jack White lo mette da parte per un po’, pensando che quel carattere sarebbe perfetto se, per esempio, gli chiedessero di scrivere la sigla di un film di James Bond. Stanco però di aspettare un’opportunità che non arriva, lo utilizza per comporre uno dei brani del quarto album del gruppo, Elephant.

Abbastanza ironicamente, qualche anno più tardi lo chiameranno proprio per comporre la sigla del film Quantum Of Solace, in particolare il brano «Another Way to Die» in duetto con Alicia Keys.

Dal lato del testo, l’andamento marziale potrebbe far pensare a parole bellicose e impegnate, con una semantica coerente. In realtà Jack White racconta semplicemente la storia di un uomo che torna nella sua città natale e diventa oggetto di scherni e pettegolezzi. «Seven Nation Army» è peraltro un derivato di «Salvation Army» (l’Esercito della Salvezza), espressione che da bambino faticava a pronunciare correttamente.

Il suono del riff


Senza fronzoli né abbellimenti, «Seven Nation Army» si apre direttamente con questo riff, il cui suono molto cupo e grave viene subito scambiato per un basso. In realtà è una chitarra: la Kay K6533 hollowbody con cui è stato registrato è semplicemente collegata a un pedale Whammy Digitech impostato all’ottava inferiore. L’equipaggiamento di Jack White è un elemento fondamentale nel risultato sonoro del duo. Fervente sostenitore dell’analogico e amante degli strumenti vintage, predilige chitarre difficili, un po’ stonate: gli piace domarle per farne emergere i brani. Sul fronte amplificatori, si collega a un Fender Twin Reverb Silverface degli anni ’70 e a due Sears Silvertone.

Tocca a te!


Tutto il riff è suonato sulla stessa corda, la La, per mantenere un timbro omogeneo e grave che rafforza l’illusione del basso. Nel ritornello si sviluppa in power chord suonati con il bottleneck. Questo attrezzo di derivazione blues è un tubicino metallico che si infila sul quarto dito della mano sinistra, il mignolo. Dona una sonorità metallica e permette slide molto fluidi; di contro, si possono suonare insieme solo note poste sullo stesso tasto. Per eseguire questi power chord, la chitarra dev’essere quindi accordata in Open A: Mi – La – Mi – La – Do# – Mi dal grave all’acuto. Si posiziona poi il bottleneck sugli stessi tasti del riff, suonando questa volta le tre corde gravi La, Mi e La.

Ed ecco come un unico riff costituisce oltre il 95% di un brano mitico, premiato con diversi riconoscimenti — tra cui il Grammy Award per la miglior canzone rock nel 2004 — e ripreso da numerosi artisti, fra cui il cantante francese Ben l’Oncle Soul.

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